Un episodio dimenticato di zelo, scomuniche e accuse di apostasia nella Diocesi di Girgenti

Nell’autunno del 1873, in una Sicilia ancora sotto l’eco del Risorgimento, accade un piccolo terremoto ecclesiastico. Non tra le colonne di San Pietro, ma tra le navate polverose delle chiese di Grotte e Porto Empedocle. Tutto parte da un libercolo, così lo definiscono i parroci di Agrigento: una lettera pubblicata a nome di un certo sacerdote Calogero Zaffuto, “sedicente Maestro Notaro degli Atti ecclesiastici”, che scuote la diocesi con toni da ribelle.
Zaffuto, spalleggiato da parte del clero e forse da qualche borghese locale, accusa apertamente il Vescovo Turano di ingiustizia per non aver nominato un certo prete — evidentemente ben visto in paese — alla guida dell’arcipretura di Grotte. Ma il tono della lettera non è quello di una petizione rispettosa. No, è un atto d’accusa contro la Curia romana, l’autorità del vescovo e persino contro la Chiesa stessa, accusata di essersi allontanata dalla “purezza del Vangelo”.
“Bisogna ritornare la Cristiana Religione nella sua purezza”, scrive, evocando dottrine simili a quelle dell’eretico tedesco Döllinger, già scomunicato a Roma. La parola scisma comincia a girare tra i chiostri.
A questo punto, scatta la reazione a catena.

Le parrocchie insorgono: Porto Empedocle risponde
I parroci di Agrigento, tra cui don Ignazio Garofalo e don Francesco Spalma, si mobilitano per condannare pubblicamente il testo. E il clero di Porto Empedocle non resta indifferente: anzi, si mette in prima fila.
In una lettera del 30 settembre 1873, firmata da tutti i sacerdoti locali, il clero empedoclino prende posizione netta: “detesta le idee ereticali e scismatiche espresse nel libercolo di Grotte” e ribadisce la totale sottomissione al Vescovo Turano e alla Santa Sede.
“Voi siete il cuore nostro e l’anima dell’anima nostra”, scrivono al vescovo in una prosa carica d’enfasi, degna di un’epoca in cui la penna serviva anche a salvare l’anima.

Tra zelo, obbedienza e ambizioni
Ma cosa c’era davvero dietro questo scontro? Solo una disputa sulla nomina di un prete? O forse le ambizioni locali, i rancori tra clero e borghesia, i giochi di potere? Il vescovo, dicono, era un uomo buono, “un novello San Francesco di Sales”, ma decise comunque di rifiutare la nomina, forse sapendo che quell’investitura avrebbe spaccato la comunità. E in effetti, così fu.
Il caso si chiude con la condanna pubblica e con la Diocesi che, almeno in apparenza, si stringe attorno al suo Pastore. Ma qualcosa resta nell’aria: l’eco di un malcontento religioso e sociale che attraversava la Sicilia postunitaria. E anche la sensazione che, a volte, la fede si confondeva pericolosamente con l’orgoglio di campanile.
E se vi state chiedendo da chi era composto il clero empedoclino che firmò la lettera in sostegno del Vescovo Turano nel 1873 — magari per riconoscervi un cognome di famiglia, un lontano antenato — ecco l’elenco dei nomi:
Umilissimi servi e devotissimi figli
Sac. Domenico Melluso
Sac. Salvatore Marchetta
Sac. Gerlando Fasulo, Cappellano Sagramentale
Sac. Giuseppe Falzone, Cappellano
Sac. Emmanuele Alessi
Sac. Francesco Paolo Fiorica, Vicario Foraneo
Giuseppe Pasquale Librici, Curato
Precedentemente pubblicato 2025-06-12 10:02:43.




