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Porto Empedocle in Fiamme: la Sommossa del Giugno 1914

La rivolta dello zolfo che incendiò la città e la sua ferrovia

Nel mese di giugno del 1914, Porto Empedocle fu teatro di una delle più violente sommosse popolari della sua storia. Una folla inferocita, composta per lo più da zolfatari, operai e cittadini, insorse contro quella che veniva percepita come una gravissima ingiustizia economica: l’esclusione della città dai traffici ferroviari dello zolfo.

Il contesto: una crisi soffocante

L’economia empedoclina, all’epoca, ruotava attorno al commercio dello zolfo, che veniva estratto nell’entroterra e trasportato via ferrovia o via mare verso i porti del Mediterraneo, in particolare verso Malta. Porto Empedocle era uno degli sbocchi principali per l’esportazione, ma una decisione politica ed economica rischiava di toglierle questo ruolo.

Le autorità avevano infatti favorito Catania come centro logistico per lo smistamento dello zolfo, lasciando Porto Empedocle isolata e tagliata fuori dai vantaggi commerciali. Questo provocò un malcontento e uno sciopero generale.

“A mezzogiorno preciso tutti i negozi, ritrovi, caffè, ecc. sono stati serrati in segno di protesta e il lavoro è cessato.”

Lo scoppio della sommossa

Il 1º giugno, la tensione esplose. Dopo giorni di agitazione e proteste, una folla enorme si radunò in Piazza Garibaldi e iniziò a muoversi verso i depositi di zolfo, accusati di essere diventati inutili e simbolo di un’economia bloccata.

“Un’onda di folla collettiva si è abbattuta sulla tranquillità cittadina… si appiccarono il fuoco a parecchi depositi di zolfo del Consorzio stesso.”

Le fiamme si alzarono alte: i magazzini bruciavano, i depositi esplodevano. L’intera zona portuale era in preda alle fiamme. L’incendio si estese fino alla stazione ferroviaria, che fu devastata, rendendo inutilizzabili binari, telegrafo e linee telefoniche. Porto Empedocle, nel caos, rimase completamente isolata.

Gli scontri e i feriti

Le guardie e i carabinieri intervennero nel tentativo di contenere la sommossa, ma vennero aggrediti e feriti. La situazione divenne fuori controllo. L’articolo dell’epoca parla di una “furia collettiva” che travolse ogni forma di resistenza.

“Nulla poté placare l’ira dei manifestanti, che ormai sembravano determinati a distruggere tutto ciò che rappresentava il potere economico che li aveva traditi.”

Le reazioni delle autorità

Le autorità di Palermo e Roma furono colte di sorpresa. Una delegazione, già partita per la capitale, cercò di difendere la città dinanzi al Ministero del Commercio. Era composta da Antonio Vinci, Vincenzo Burgio, Calogero Bilec e Guido Rambecchi. Il loro intento era denunciare la gravissima situazione economica e sociale causata dall’esclusione di Porto Empedocle dai traffici dello zolfo.

La stampa nazionale iniziò a seguire la vicenda, mentre a Girgenti (Agrigento) la Camera di Commercio si riuniva d’urgenza.

Il deputato Rinonese tentò di spiegare in Parlamento le ragioni della rivolta: l’esclusione dal traffico ferroviario dello zolfo aveva causato la rovina di centinaia di famiglie. Si trattava, disse, non di ribellione politica, ma di disperazione sociale.

Il nodo della questione

Alla base della sommossa vi era una semplice, ma devastante decisione: trasferire il centro logistico dello zolfo da Porto Empedocle a Catania, favorendo i commercianti e gli esportatori catanesi a discapito di quelli agrigentini. Questo significava:

  • Perdita di lavoro per centinaia di operai empedoclini
  • Chiusura di magazzini e calo dell’attività portuale
  • Rischio di spopolamento per la città

L’epilogo

La sommossa fu sedata dopo alcune ore grazie all’intervento massiccio delle forze dell’ordine e al sopraggiungere di rinforzi. Ma il danno materiale ed emotivo era enorme. Porto Empedocle bruciava – letteralmente – e con essa bruciava la speranza di una ripresa economica.

Una pagina dimenticata

Oggi, a distanza di più di un secolo, quei fatti sembrano dimenticati. Ma nel 1914, Porto Empedocle si sollevò con forza contro l’abbandono e l’ingiustizia, mostrando un’energia popolare che merita di essere ricordata.

Cronaca di una sommossa

Ore di fuoco: il tramonto di un giorno di rivolta

Porto Empedocle, 1º giugno 1914 – ore 19:30.

Il sole tramontava su una città in fiamme. Le notizie che giungevano alle autorità di Palermo erano sempre più gravi. Gli incendi appiccati ai magazzini di zolfo avevano ormai superato ogni previsione, trasformando il porto in un gigantesco rogo. Le fiamme, alimentate dal materiale infiammabile e dal vento che soffiava dal mare, minacciavano di divorare l’intero abitato.

Alle 17:00, un telegramma disperato giunto da Girgenti chiedeva rinforzi immediati. Non bastavano più i pochi uomini accorsi: occorrevano pompe, pompieri, militari, tutto ciò che si poteva mobilitare. Un treno speciale fu allestito in fretta e furia. Alle 18:00 partì dalla stazione di Palermo con a bordo venti pompieri, comandati dall’ingegnere Caramanna, quattro pompe, e reparti di carabinieri, ufficiali e funzionari. Con loro, un intero battaglione di fanteria.

Era una corsa contro il tempo, contro un incendio che non minacciava soltanto depositi e stazioni, ma case, famiglie, un’intera comunità.

La gravità della situazione era tale che Palermo fu mobilitata prima ancora di Girgenti. Il fumo si vedeva a chilometri di distanza, le urla si confondevano col crepitare delle fiamme, e l’aria era irrespirabile. Porto Empedocle stava bruciando, e il suo popolo – già piegato dalla fame e dall’ingiustizia – si ritrovava ora di fronte all’abisso.

Calma armata

Porto Empedocle, 3-4 giugno 1914.

Da quella sera, tornò una calma irreale. Ma non era pace: era attesa. Era la sospensione del respiro di un’intera città. Porto Empedocle era occupata militarmente da soldati. Le comunicazioni telegrafiche e telefoniche, prima distrutte dalle fiamme, vennero ripristinate. Alcuni incendi furono domati, ma in tre grandi masse di zolfo le fiamme continuavano a divorare lentamente i cumuli neri.

Nel frattempo, i cittadini si raccolsero attorno al municipio. Vi giunsero il presidente della Camera di Commercio, La Lumia, il sindaco commendator Malato, e il presidente della Camera del Lavoro Rebecchi. Dal balcone del palazzo comunale, arringando una folla composta di uomini e donne, promisero impegno, calma, ascolto.

“Il popolo accolse con grandi viva le energiche affermazioni dei rappresentanti. Ma lo sciopero continuava, limitato al settore dello zolfo. La città era sospesa. La rabbia, silenziosa.”

Un telegramma fu inviato al deputato della provincia per sollecitare il rispetto della legge del 1910 e impedire interpretazioni capziose che, di fatto, avvantaggiavano pochi industriali catanesi a scapito dei produttori locali. Parole forti: si parlava di arricchimento ingiusto, di sudore dei lavoratori, di tradimento.

Nel frattempo, anche Licata si era sollevata in solidarietà. La notizia della sommossa empedoclina aveva fatto il giro della Sicilia. Si organizzavano comizi, cortei, incontri. La città rimaneva paralizzata, con i negozi chiusi, le strade presidiate da picchetti e pattuglie armate. Ma la dignità dei manifestanti resisteva: nessun disordine, solo una determinazione collettiva.

Porto Empedocle sembrava in attesa di una risposta. Una parola dal Ministro. Un segnale di giustizia.

Fonti: Quotidiano “La Tribuna” del 2-4 giugno 1914, Archivio storico

Precedentemente pubblicato 2025-04-14 09:13:57.

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